Quale Europa per il futuro che ci attende

I nuovi italici devono raccogliere l'annuncio di Sassoli in apertura della conferenza sul futuro dell'Europa. 

Quale Europa per il futuro che ci attende

Il movimento che si sta sviluppando con riferimento ideale al volume di Piero Bassetti “Svegliamoci Italici!” non può e non deve restare come idea-visione autoreferenziale di un gruppo di sognatori a lungo termine, ma deve invece radicarsi nel confronto ideale dell'oggi, contribuendo da subito alla costruzione del futuro con l'apporto della Comunità dei NUOVI ITALICI. Ciò vale, a mio parere, soprattutto su un tema tornato fortemente di attualità, quale è la costruzione dell'Europa Unita, anche grazie all'apporto significativo della civiltà italica. Già dieci giorni fa, Lucio d'Ubaldo ci ha lanciato attraverso "Il Domani d'Italia" uno stimolo, analizzando in chiave italica l'inatteso episodio da guerra fredda creato dalla dichiarazione di Putin contro David Sassoli in quanto presidente del Parlamento Europeo, articolo cui hanno fatto seguito alcuni importanti commenti, ma senza quella corale partecipazione, seppur variegata nelle opinioni, che avrebbe dovuto scaturirne.

Ma ben più negativamente significativo è il silenzio pressoché totale che abbiamo dovuto registrare sui media di varia natura, rispetto all'impegnativo ed innovativo discorso pronunciato dallo stesso Presidente Sassoli il 9 maggio scorso, in apertura della Conferenza sul futuro dell'Europa: spero mi sia sfuggito qualche articolo, poiché non possono certo bastare per una sufficiente informazione dell'opinione pubblica italiana i due pur efficaci articoli pubblicati su "Italia Oggi" ed "Il Foglio". Fortunatamente chi è interessato all’argomento, dopo averne avuto notizia, può trovare sul web non solo il testo del discorso pronunciato da Sassoli ed una intervista rilasciata dallo stesso a "Le Grand Continent". E in effetti c’era bisogno che qualcuno, autorevolmente, squarciasse la cortina di ipocrisia sullo stato di salute dell’Europa. La gigantesca crisi economica e sociale innescata dalla pandemia, il venir meno dei tradizionali equilibri e sistemi di potere e degli assetti istituzionali, la necessità innegabile di un generale accordo per la salvezza dell’ambiente, il profilarsi sempre più ravvicinato di un radicale cambio della vita del Pianeta in tutti i suoi aspetti, la perdita di significato reale, al di là delle risposte di stampo sovranista/nazionalista, dei confini territoriali degli Stati, confini già messi in crisi dall’economia globalizzata ed ora dal virus che non conosce barriere, le guerre fredde e calde che minacciano o già colpiscono diverse aree ed in particolare il Mediterraneo, tutto ciò avrebbe dovuto suggerire riflessioni e proposte per  un futuro tutto da immaginare e costruire, anziché la semplice riproposizione di obiettivi non conseguiti in 50 anni ed ormai comunque insufficienti, o ancora peggio, ipotesi di dissoluzione dell’Unione Europea.

Ma cosa ha detto di rilevante ed innovativo il presidente Sassoli? E’ partito dalla presa d’atto della svolta epocale innescata dalla pandemia 2020/2021 per la vita ed i comportamenti futuri di tutto il genere umano e quindi anche per i cittadini europei: “L’Unione Europea ha bisogno di essere modernizzata, dobbiamo adattare le nostre risorse ed i nostri strumenti per poter affrontare le sfide finanziarie, economiche, sociali, ambientali e migratorie. Sfide pari alle aspettative che i nostri cittadini hanno nei confronti dell’Europa”. Le soluzioni che Sassoli propone all’Europa per fronteggiare la crisi ed offrire una positiva transizione al futuro, sono: solidarietà fra gli Stati, adozione di una politica sanitaria comune, la ricerca di coesione sociale; insieme ad incisive novità istituzionali quali: riconoscere al cittadino europeo nel momento in cui viene chiamato ad eleggere il Parlamento Europeo rafforzato nei suoi poteri, anche la possibilità di poter esprimere la propria preferenza per chi dovrà presiedere la Commissione Europea, l’abbandono negli Organi di governo dell’Unione dell’obbligo dell’unanimità, e più in generale l’aggiornamento dei Trattati comunitari. Proposte chiare per cambiamenti incisivi, espresse solennemente pochi giorni dopo aver pronunciato nell’Assemblea del Consiglio d’Europa un altrettanto significativo discorso, di cui almeno un passaggio va richiamato per la sua chiarezza: “Per prevenire crisi future e migliorare le nostre risposte, il mondo di domani dovrà più che mai essere strutturato intorno alla cooperazione, al multilateralismo ed alla solidarietà.”

Come non definire sconcertante il silenzio degli organi di informazione, degli onnipresenti e logorroici commentatori, degli esponenti delle forze politiche italiane di varia collocazione? Eppure di Europa, a causa del bisogno di sostegno finanziario che soprattutto il nostro Paese sente, se ne parla e molto, di questi tempi. E per la verità, a prescindere dal mancato commento sull’apertura della “Conferenza sul futuro dell’Europa”, qualche tentativo di affrontare tale tema, lo si è notato. Ad esempio Sergio Romano sul Corriere della Sera del 16 maggio scorso chiede di prendere atto della inutilità di questa Unione Europea e tornare alla Comunità Europea originaria, formata nel 1957 dai 6 Paesi firmatari dei Trattati di Roma. Ed un pamphlet di Emanuele e Francesco Stolfi appena apparso in libreria con il titolo “E se invece di una Europa ne avessimo due?”, propone la separazione consensuale tra i 9 Paesi della vecchia Europa Carolingia da una parte (Francia, Belgio, Italia, Spagna, Portogallo, Slovenia, Croazia, Grecia, Lussemburgo) ed i restanti 18, identificati per semplicità come Europa Prussiana, dall’altra parte. Due soluzioni accomunate dallo stesso difetto: eliminare l’unico legame che tiene insieme i 27 Paesi dell’attuale Unione Europea, cioè il vincolo della politica economica e monetaria comune, quello strumento cioè, certo imperfetto, che ci consente di guardare con fiducia alla ripresa post pandemia.

Non sono certo mancate in questo periodo, poi, prese di posizione più umorali che meditate, a reclamare la presa d’atto del fallimento o inadeguatezza delle risposte europee per combattere la pandemia, in particolare in tema vaccini, per contrastare e governare i fenomeni migratori, per eliminare i rischi che la crisi libica può provocare nell’area mediterranea, per mitigare le mire espansionistiche della Turchia di Erdogan.

Criticità anche gravi, innegabili, ma le cui ragioni vanno ricercate anche e soprattutto nei  difetti originari e mai risolti dell’Unione Europea: inesistenza di politiche europee in campo sanitario e sociale, per la politica estera e per la difesa, gelosamente  rimaste prerogative dei singoli Stati. Quindi proteste viziate da una visione miope, che addebita frettolosamente alla Unione quelle che sono le conseguenze del mancato rafforzamento in senso federale dell’Europa. Certo è innegabile la percezione spesso eccessivamente minuziosa dei Regolamenti Europei, ma forse sarebbe stato provvidenziale, di questi tempi, mi si consenta la provocazione, una norma europea che in carenza di decisioni governative, regionali, municipali, imponesse l’apertura deli finestrini degli autobus, onde favorire l’areazione, frenando le occasioni di contagio.

Non mi illudo certo che le proposte di David Sassoli possano avere un percorso facile, anzi sarà sicuramente molto impervio se lasceremo la decisione esclusivamente nelle mani dei Capi di Governo Europei: occorre una forte e convinta partecipazione dell’opinione pubblica a sostegno del salto di qualità da fare per giungere alla rivisitazione dei Trattati Comunitari. Ed anche gli italici sparsi nel mondo, proprio perché legati da un comune vincolo comunitario di “civiltà-cultura” indipendente dal luogo di residenza, potrebbero partecipare grazie alle tecnologie che consentono l’interconnessione a distanza, all’impegno collettivo per la costruzione di un nuovo modello federativo europeo, che veda condivisi non solo politiche economiche e monetarie, politica estera e difesa, ma anche governance e diritto, politiche per l’occupazione, welfare, salute, scuola, ricerca.

Mi auguro di aver avviato con questo mio intervento, un dibattito utile ed ampio, sulle pagine del “Domani d’Italia” ed altrove. Ed aggiungo come proposito operativo quello di avviare un’azione di sensibilizzazione affinché il voto per l’elezione diretta del Parlamento Europeo sia garantita a tutti i cittadini. Attualmente infatti “gli elettori italiani che risiedono negli altri Stati membri dell’Unione, possono votare per l’elezione dei membri del Parlamento europeo spettanti all’Italia nelle sezioni elettorali costituite nei consolati d’Italia, negli istituti di cultura, nelle scuole italiane etc. Anche gli italiani che si trovino temporaneamente all’estero, sempre in uno dei Paesi membri dell’Unione, possono votare. In questo caso devono aver fatto domanda, tramite il Consolato, al Sindaco del Comune nelle cui liste elettorali sono iscritti, per il successivo inoltro al Ministero dell’Interno.” Apparirà a tutti chiaro come queste previsioni normative siano burocraticamente restrittive, non rivelatrici di reale integrazione comunitaria dei cittadini europei, e non in linea con le possibilità alternative di partecipazione al voto, offerte dall’utilizzo delle moderne tecnologie. Ma la tematica assume connotazioni ancora più negative, se andiamo ad esaminare la posizione dei cittadini italiani residenti in Paesi non membri dell’UE: “I cittadini italiani residenti nei Paesi non membri dell’Unione Europea possono votare per i rappresentanti italiani al Parlamento europeo presso il Comune di iscrizione elettorale, devono cioè rientrare in Italia”. Una previsione normativa palesemente assurda e discriminatoria, anche alla luce della possibilità di voto invece concessa agli stessi cittadini, per l’elezione del Parlamento italiano. Faccio notare, en passant, che non mi risulta che sia stata manifestata finora la necessità o l’opportunità di modificare le disposizioni sopra richiamate, né da parte delle forze politiche italiane, né da parte dei pur attenti movimenti europeisti, né da parte delle rappresentanze degli italiani all’estero. Sollevare questo tema e contribuire a risolverlo potrebbe essere un concreto esempio della attenzione alla Comunità italica nel mondo ed al contempo del riconoscimento dell’Europa come soggetto istituzionale sempre più centrale per gli equilibri mondiali, purché rappresentativo delle varie culture/civiltà in essa presenti. E per noi Associazione Svegliamoci Italici sarebbe un modo per ribadire che la civiltà italica, al pari delle altre, non si esaurisce e non si fa imprigionare dai vecchi confini territoriali.

 

 

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